Assolta la sua
funzione integrativa il simbolo nel secondo
dopoguerra rischia di rieclissarsi. A rilanciarlo,
più che la politica, ci pensa il Cagliari. Poi
arriva il neo-sardismo, la Regione Autonoma, il
merchandising identitario, la benda sopra gli occhi
e i mori (non si sa bene perché) girati a destra. Il
simbolo acquista un sentore positivo e un
significato ambiguo. Appartenenza nostalgica e
sentimento di disunità. Siamo tutti sardi ma non si
capisce che cosa vogliono essere "i sardi".
È il 1990, Sergio Atzeni conduce delle ricerche per
quella che sarà l'epopea di "Passavamo sulla terra
leggeri," gira la Sardegna, visita quelli che
definirà i "luoghi del sacro". Si tratta di un sacro
religioso e culturale insieme, un "sacro sardo",
come quello che appare inaspettatamente a risolvere
i drammi metropolitani di "Bellas mariposas". Atzeni
approda, carico di attese, nella cattedrale di
Oristano: la immagina sublimazione di questa
sacralità di cui è alla ricerca e invece, dentro
alla chiesa ispanizzata, vive una profonda
delusione. Ma è solo il preludio a una vera e
propria epifania: uscendo, quasi come davanti ad
un'apparizione sacra e laica al contempo, il suo
sguardo si posa su un simbolo. Un simbolo di unità e
libertà. Atzeni ci descrive questa scena, il
momento, il luogo: eppure là dove lui ce lo indica
quell'Albero materialmente non c'è, e nonostante ciò
lui lo vede. Chi parla è già Atzeni, il custode del
tempo, il cantore di un popolo che narra di una
memoria obliata, di una presenza assente (o di una
assenza che vuol farsi presente), di un rimosso che
ritorna grazie alla potenza dell'immaginazione e
della conoscenza. Come disse McLuhan, se non
c'avessi creduto, non l'avrei visto.
di Franciscu
Sedda
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